Per scoprire i tuoi talenti serve l’azione.

Lo scorso Natale sono andata ad Amsterdam per godermi il Museo di Van Gogh e ho imparato una lezione sulla ricerca dei propri talenti.

Premetto che sono molto attratta dall’arte e dalla pittura in particolare, ma confesso che, nel mio passato da giovane che voleva essere un po’ fuori dagli schemi, apprezzare Van Gogh mi pareva troppo scontato: piaceva a tutti. E così io me ne sono innamorata da poco, grazie al film “Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità” di Schnabel.
Tralasciando l’impressionante bravura di Willem Dafoe nel dare un volto a questo mito della pittura (non me ne sono accorta solo io, eh, per questo ruolo ha vinto la Coppi Volpi al Festival di Venezia ed è stato candidato come miglior attore ai Golden Globe e agli Oscar!) e la fotografia del film che pare davvero portarti dentro ai suoi dipinti, la cosa che mi ha letteralmente conquistata sono stati gli stralci delle lettere che Van Gogh scriveva a suo fratello Theo. Non conoscevo l’amore che aveva per questo fratello comprensivo e paterno.

Willem Dafoe nel film “Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità”

Quelle parole ti accompagnano dentro agli stati d’animo dell’artista, alle sue fragilità, al suo enorme bisogno di essere amato e accolto. L’inquietudine, la pungente incapacità di coltivare relazioni e la vastità d’animo di questo uomo hanno impreziosito lo sguardo con cui ho cominciato a guardare la sua arte. E così è nata l’impellenza di andare nel suo “tempio”: il museo di Amsterdam offre un percorso umanamente toccante, ognuno può fare il suo personale viaggio attorno al mondo creato da questa artista.
Io mi porto dentro i tocchi di giallo dorato che sanno di sole e di dio, gli sforzi di penetrare l’anima attraverso lo studio del proprio volto, la vita che scorre attraverso le sue vecchie scarpe… E un’altra cosa, che è il motivo per cui scrivo questo post.

La scoperta del proprio talento fu per Van Gogh un percorso lento, accidentato e senza una meta chiara fin da subito.
Prima di abbracciare la sua vocazione d’artista, infatti, Van Gogh cercò per anni ossessivamente il suo scopo, senza sapere quale fosse e senza trovare pace. Lavorando nella galleria dello zio, il contatto con l’arte era stretto ma a guardare i suoi primi disegni, stando a quanto dicono gli esperti, non aveva una particolare predisposizione. Amava l’arte ma non il mondo che le gravitava intorno perciò ad un certo punto fu licenziato da quel primo impiego; iniziò così un vagabondaggio alla ricerca della sua missione di vita passando da insegnante di sostegno, a libraio, fallendo in un percorso di evangelizzazione per diventare pastore, e divenendo infine un predicatore laico. Abbandonò presto anche questo ruolo e, mentre si trovava a sopravvivere di quanto offerto dai genitori, il fratello gli suggerì di provare a diventare un artista. Accolse l’idea con entusiasmo, bramoso di dare un senso alla sua esistenza: cominciò a disegnare più spesso, buttandosi a capofitto in questa avventura. Ma i risultati non arrivarono subito.

Non è incredibile? Stiamo parlando di uno dei pittori più grandi della storia e scopriamo che il suo percorso non gli fu chiaro da subito, che le sue doti non erano così evidenti e che intraprese quel cammino per dar retta al fratello.

Guardando ai grandi della storia siamo portati a pensare “Beati loro, che hanno avuto così chiara la loro vocazione e così evidenti i propri talenti!”. Sì, è vero, a volte il cammino si mostra subito, bello, visibile, sgombro da ostacoli. Penso ad esempio a un mio caro amico, grande fotografo di fama internazionale che è entrato in simbiosi con la macchina fotografica da quando aveva sei anni.
Ma a volte non è così.
Magari il tuo cammino non lo vedi, e forse non lo intuisci nemmeno, non hai passioni forti e nette che ti guidino e l’insoddisfazione che senti dentro sembra inguaribile. Se non sei felice di quello che fai, non ti senti pienamente realizzato, o senti di non essere ancora al tuo posto, ricordati che è successo anche i più grandi talenti del mondo di dover cercare, scavare, soffrire, attendere, sfinirsi per trovare il loro successo, la loro realizzazione. Ma se ce l’hanno fatta è stato perché si sono messi in gioco, hanno provato e riprovato tante strade, insomma, sono passati all’azione, si sono buttati e non sono rimasti in attesa dell’illuminazione.

Van Gogh non aveva una predisposizione per il disegno.
Van Gogh cominciò a fare l’artista perché glielo suggerì il fratello.
Van Gogh mise tutto se stesso nella sua stessa creazione, con una tenacia e una determinazione portentose. Si esercitava notte e giorno e per arrivare al suo vero tratto gli ci vollero quasi dieci anni. Sai perché ha fatto così tanti autoritratti? Perché non aveva soldi per pagare le modelle.

E sai cosa gli successe dopo anni e anni di esercitazioni e impegno, la prima volta che si ritenne profondamente orgoglioso di un’opera? Fu letteralmente stroncato.
Aveva passato mesi e mesi all’interno di una scura capanna di contadini per realizzare la tela intitolata “I mangiatori di patate”. Fino ad allora aveva dipinto solo figure singole, ora invece si era sfidato nel proporre uno spazio in cui cinque personaggi si trovavano in relazione attorno a un tavolo, con le rispettive proporzioni. Aveva voluto rendere il realismo del momento: una povera cena a base di patate, in un’atmosfera scarsamente illuminata, senza idealizzare i contadini, anzi facendone trasparire il duro lavoro dai volti rugosi e dalle mani nodose.
Era realmente orgoglioso del risultato, lo scrisse nelle lettere, dove raccontava di aver superato “una vera battaglia” e per tutta risposta, suo fratello gli rispose che il quadro era troppo scuro, mentre il suo amico artista Anthon van Rappard gli scrisse addirittura “Puoi fare di meglio – fortunatamente […]. Ho una considerazione troppo alta dell’arte per vederla esercitata con tanta noncuranza”.

Van Gogh “I mangiatori di patate” 1885

Ecco, questo forse non fu uno smacco per Van Gogh? Non rappresentò una caduta? Io credo di sì ma dal 1885, anno de “I mangiatori di patate”, al 1889, anno dei “Girasoli”, dipinse decine e decine di altre tele. E diventò il genio immortale che noi conosciamo.

Azione, ecco cosa serve, perché la strada si manifesta solo se cominci a camminare.
E se a bloccare i tuoi tentativi c’è la paura di non essere all’altezza, il terrore di fallire, ricordati che se resti fermo, oltre a non cadere, non potrai nemmeno volare.

Il segreto del primo passo è questo: dominare sé stessi e agire senza attendere.
Fëdor Dostoevskij

2 pensieri riguardo “Per scoprire i tuoi talenti serve l’azione.

    • Settembre 28, 2020 in 10:36 am
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      Carissima Gabri.Z,
      grazie a te. Ho scritto questo post pensando anche ai nostri discorsi e a te, che di talenti ne hai così tanti… ti auguro di esprimerli tutti al massimo! <3

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