Cosa c’è dietro la paura della morte?

Non può essere la paura della morte a dominare la nostra vita, sarebbe innaturale e irragionevole. Eppure in questo periodo sembra andare così, lo stato di allerta e la tensione sono così alte da influire sui nostri pensieri e anche sulla nostra capacità di immaginare e progettare il futuro.

Non sono tempi facili, questo è innegabile, la malattia di cui non si fa che parlare e le conseguenze economiche di ciò che stiamo vivendo ci mette di fronte a una serie di paure, più o meno inconsce. Ecco allora che fermarci a riflettere può essere d’aiuto, per ridimensionare certi stati emotivi, perché se li lasciamo a briglie sciolte finiscono per prendere il controllo sulla nostra vita, a nostro discapito.

Perché ci spaventa tanto l’idea di morire? Ci hai mai pensato davvero?

Perché viviamo di attaccamenti, siamo frustrati e nutriamo una visione troppo materialistica della vita, questi sono secondo me i principali motivi che ci tengono incatenati alla paura di morire. Cerco di spiegarmi meglio.
Le persone che sanno di avvicinarsi alla morte, che le vanno incontro in modo consapevole, a causa di una malattia terminale, ad esempio, acquisiscono una particolare lucidità al riguardo, e hanno tantissimo da insegnare. L’ho imparato sulla mia pelle, restando accanto a mia madre fino al suo ultimo respiro.  

Chi è vicino all’ultimo traguardo della vita sente più forte il richiamo alla spiritualità; chi si trova sul confine, sa di doversi staccare da questo mondo, sente un anelito più forte verso l’immateriale. Sai qual è stata l’ultima frase che mia madre mi ha sussurrato nell’orecchio prima di andarsene? Mi ha detto: “Non piangere per me, la morte è solo un passaggio”. Ecco, è l’insegnamento più prezioso che mi abbia dato e io voglio condividerlo con te. Io ci credo, credo fermamente che non siamo solo questo piccolo cumulo di pelle, carne ed ossa e che ogni fine sia un inizio, proprio come diceva Tiziano Terzani che, “casualmente”, ritroveremo alla fine dell’articolo. Ora non voglio certo dilungarmi su questo, voglio solo invitarti a pensare che se la vita non fosse solo ciò che vediamo con gli occhi, forse il concetto di morte diventerebbe più sostenibile e meno spaventoso.

Riflessioni sulla paura_Blu Etere

Prepararsi ad andare, in ogni caso, significa anche fare i conti con ciò che si è stati, prendere il distacco dal proprio corpo, dalle proprie passioni e raccogliere il succo della comprensione di quanto si è vissuto.

E trovarsi a fare i conti con ciò che siamo stati sapendo di non avere più tempo per tornare indietro, per rimediare, per vivere la vita che volevamo, per poter cambiare strada e portare fuori la nostra vera essenza non è certo facile… è forse questo che ci spaventa più di tutto quando pensiamo alla morte? Ma allora perché non sfruttiamo la libertà che abbiamo ORA di essere noi stessi fino in fondo? Così da smettere di proiettare le ansie date dalle nostre frustrazioni su un momento che inevitabilmente un giorno arriverà?
Se ADESSO tu riuscissi ad essere davvero te stesso e a perseguire ciò che senti essere la tua missione di vita, se portassi fuori ciò che sei, non sentiresti l’ansia di non aver fatto, di non aver detto, di non essere stato. Se incarnassi nei tuoi giorni ciò che senti vero, saresti libero dalla frustrazione e, forse, l’idea della fine ti farebbe meno male.

Infine, per quanto riguarda gli attaccamenti, come non vedere che siamo in preda alla paura di perdere ciò che per anni ci hanno insegnato a desiderare, senza renderci conto che non sappiamo dare valore all’essenziale, portati fuori da noi stessi in un mondo di apparenza e di brame mai veramente appagate! Ci sentiamo attaccati ai nostri possedimenti, percepiamo anche gli affetti come un possesso, per renderci poi conto che viviamo nella paura di perderli.
Se imparassimo a lasciare andare, a non cercare stampelle e proprietà intorno a noi, se riuscissimo a tornare al centro di noi stessi, smettendo di essere come topi in gabbia, riusciremmo a contattare la nostra vera essenza per portarla alla luce. Solo così si può sperimentare la vera libertà, quella che alimenta la vita mettendo a tacere la paura.

Ecco, a proposito dell’importanza di liberarsi dai falsi attaccamenti e dai desideri che ci intrappolano, ti saluto con un dialogo sul tema tratto dal film “La fine è il mio inizio” (del regista Baier, 2011) basato sull’omonimo libro di Tiziano Terzani e del figlio Folco, pubblicato postumo nel 2006. Il dialogo è un adattamento cinematografico, leggermente variato rispetto al libro. In fondo ti ascio il link al film, è molto bello e gli attori (Bruno Ganz ed Elio Germano) davvero intensi, io ti consiglio di vederlo. Il dialogo parte dal minuto 46:07.

Tiziano T. “Non siamo mai stati così poco liberi pur nella nostra apparente enorme libertà. Liberi di comprare, di scopare, di scegliere tra vari dentifrici e via dicendo. Ma in sostanza di libertà non ce n’è più. Non c’è più la libertà di essere chi sei. L’uomo oramai è succube dell’economia, tutta la sua vita è determinata da essa e questa secondo me, vedrai, sarà la grande battaglia del futuro. La battaglia contro l’economia che domina tutte le nostre vite. Il ritorno a una spiritualità che puoi chiamare anche religiosità a cui anche l’uomo moderno possa, volendo, ricorrere, perché è una costante della storia umana questo voler sapere cosa ci sei venuto a fare a questo mondo!
Ma proprio per il perverso sistema del consumismo la nostra vita è tutta incentrata su mangiare, sport, giochi, piaceri, e una gran parte di queste cose tu non le vuoi ma il sistema ti convince ti adesca, ti obbliga a volerle.
Là fuori c’è una trappola. Tu sei il topo, sta attento!”

Folco T. “Allora cosa deve fare il topo, secondo te, per non cadere in trappola?”

T.T. “Deve rinunciare ai propri desideri, in fretta”.

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